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Tra le diverse “anime” della Grecia – parte II

Grecia

05 Nov 2018

Seconda parte del "diario di viaggio" dei maturandi della rete Gesuiti Educazione, che dal 28 ottobre al 4 novembre, sono stati in viaggio in Grecia, un Paese dalle "molte anime", alla scoperta dei resti della gloriosa civiltà ellenica, di antichi tesori a lungo sepolti, ma anche delle tracce del primo cristianesimo.

Pubblichiamo qui di seguito la seconda parte del diario scritto direttamente dai ragazzi, relativo ai giorni dal 1 novembre fino al rientro. Per leggere la prima parte del diario clicca qui.

1 novembre. Leonardo, Roma.

Giorno di tutti i Santi, ore 8 del mattino: io e i miei compagni saliamo sul pullman ancora un po’ assonnati e inizia un viaggio che ci porta dalla città di Tessalonica a quella di Filippi, al fine di ricalcare le orme di San Paolo. La città verso cui siamo diretti è stata fondata nel 356 AC da Filippo di Macedonia, durante una guerra contro i Traci. Dopo due ore e mezza di viaggio arriviamo al Battistero di Lidia, luogo in cui San Paolo battezzò la prima donna pagana in Europa e da cui si sviluppò una delle primissime comunità cristiane.

Nei pressi del torrente in cui si presume che sia avvenuto il battesimo sovracitato, padre Salvo Collura celebra per noi la Santa Messa. È un momento che rende molto coeso il gruppo, e la sua omelia sembra essere quasi uno sfogo verso la società odierna, ma è di fatto un discorso motivazionale, in cui ci veniamo incitati a vivere controcorrente e rivendicare i valori umani e morali più importanti dettati dall’insegnamento ignaziano.

In seguito abbiamo avuto un incontro con il pope Eleuteri della chiesa ortodossa del battistero ed è stato un momento profondo, in cui il confronto fra il mondo ortodosso e quello cattolico si è riconciliato in quello che sta alla base del Cristianesimo: il primo sacramento, per appunto il Battesimo. Al termine di questa prima tappa siamo risaliti in pullman per avviarci verso il teatro di Filippi. A quindici minuti dal luogo della celebrazione si trova la vera Filippi, la Filippi macedone. La sua fondazione risale alla nascita del primo figlio di Filippo, Alessandro Magno (356 AC). I resti della città accomunano elementi greco-macedoni e paleo-cristiani: da una parte il teatro, massima espressione della civiltà greca; dall’altra parte abbiamo i resti di tre chiese paleocristiane, una in particolare risale al 480 DC. È una chiesa a tre navate, ed è stata costruita sul luogo dove probabilmente Paolo di Tarso ha predicato; è maestosamente grande, e sottolinea la volontà dei primi cristiani di volersi avvicinare a Dio, di costruire una chiesa non a misura dell’uomo, ma appunto “a misura di Dio”. La parte anteriore di questa chiesa è riservata ai catecumeni, cioè coloro che non hanno ancora ricevuto il battesimo, sacramento al quale saranno ammessi, dopo un lungo percorso di introduzione al cristianesimo, la notte di Pasqua.

Continuiamo a seguire le orme di San Paolo visitando quella che presumibilmente è stata la sua cella, dove ha trascorso la sua prigionia. Questo luogo dopo la liberazione di Paolo è diventato un luogo di culto, una chiesetta.

Filippi è un luogo magnifico, un luogo in cui hanno convissuto e si sono succedute epoche, culture e religioni diverse, spesso in conflitto, ma guardando peggio ciò che resta della città si prova un senso di pace, che si rispecchia nell’equilibrio del paesaggio.

In sole due ore, il tempo del tragitto in pullman, veniamo ricatapultati nel presente, nel cuore pulsante della città di Salonicco.

Prima di ritornare al nostro hotel facciamo tappa alla chiesa di San Demetrio, a soltanto cento metri dal foro romano. Sulla facciata sventolano la bandiera greca e quella con l’aquila bicipite del patriarca di Costantinopoli, segno della costante identificazione della religione con la nazione. La chiesa fu costruita nel V secolo dopo Cristo, e possiede la particolare caratteristica delle cinque navate, molto rare nelle costruzioni di questo tipo che normalmente presentano invece una pianta a croce senza navate. All’interno la chiesa è movimentata: siamo arrivati in un momento fortunato, cioè durante una delle settimane di festa per  San Demetrio. Per questa ragione all’interno c’è un gran numero di pellegrini che aggirano la navata centrale sulla destra e si fermano a baciare e carezzare l’urna con le ossa del santo locale. Quelle ossa non sono sempre state dove si trovano adesso; infatti, durante il medioevo i crociati le rubarono per portarle ad Ancona e soltanto nel 1948 sono tornate al paese natio. In Italia e nei paesi dalla maggior secolarizzazione è ormai divenuta una forma di fede rara  e più difficilmente rintracciabile quella che oggi mi si è presentata davanti. Molti dei pellegrini vengono anche da regioni lontane, si fermeranno qui per i vespri (più lunghi dei soliti, questi vanno dalle sei alle otto di sera) e praticheranno l’agripnìa, pregando senza uscire dalla chiesa anche per tutta la notte. La venerazione che vedo è sincera e radicata senza le spettacolarizzazioni che renderebbero questo momento folkloristico.

Il cristianesimo ortodosso ha inequivocabilmente un rapporto privilegiato con le icone che produce, e ne vedo di molto belle all’interno di questa chiesta. In particolare un’originale Madonna con il bambino, originale perché un po’ meno severa di come viene di solito rappresentata. Un’altra icona vede rappresentati due importanti personaggi della tradizione, cioè i santi Cirillo e Metodio, i quali insegnarono per primi il Cristianesimo alle popolazioni slave. Essi, insieme a San Benedetto, sono i patroni dell’Europa.

Vicino all’uscita, sulla destra un piccolo arco si apre su di un vano semi-nascosto: è quello che viene chiamato “l’angolo della tomba del Santo”, una sorta di cappelletta con altare e alle spalle un bell’affresco. Il luogo è di particolare interesse poiché per quattrocento anni – cioè un terzo della sua vita – la chiesa è stata una moschea e quella piccola zona fu l’unica che rimase cristiana e che era frequentabile… a pagamento.

Domani si riparte  in direzione delle tombe macedoni e di Delfi.

2 novembre. Tommaso, Mylene e Martino, Torino

È venerdì, la stanchezza inizia a farsi sentire sia per i ragazzi, che per i professori. Poche persone sono riuscite a svegliarsi presto per fare la colazione. Alla fine, siamo riusciti a partire da Salonicco per andare a visitare il pulpito di San Paolo a Berea. Successivamente siamo ripartiti con il pullman e siamo passati tra le montagne di Berea, dove erano presenti dei monasteri; abbiamo attraversato il ponte sopra la diga del fiume Aliacmone in Vergina e siamo andati a vedere il museo di Ege (sempre a Vergina). Qui ci sono le tombe dei re macedoni: la città funeraria di Ege, la tomba di Filippo II, e la rappresentazione della tomba del figlio Alessandro IV.  È impressionante pensare che la tomba di Filippo II, il quale visse nel terzo secolo A. C., sia rimasta conservata fino ad oggi. Inoltre c’è stato detto che nei sarcofagi delle tombe erano presenti soltanto le ossa, poiché, prima di mettere i corpi nelle tombe, li bruciavano per consumare tutta la carne. Poi abbiamo scoperto la corona e lo scudo di Filippo II: egli indossava una corona con foglie di quercia d’oro che erano così realistiche che con le folate di vento si muovevano; inoltre, Filippo scelse di ornare la sua ghirlanda con quelle foglie perché la quercia era l’albero preferito di Zeus. Per quanto riguarda lo scudo, esso pesava più di 12 kg e inoltre sul clipeo vi erano delle decorazioni in avorio che rappresentavano personaggi mitici. In generale, le sculture in avorio che abbiamo visto presentavano molti dettagli: avevano i muscoli scolpiti, vi erano distinte le ciocche di capelli, c’erano le rughe nei personaggi anziani….

Usciti dal museo, ci siamo incamminati verso un ristorante, per pranzare e, subito dopo, partire per Delfi. Durante il percorso la classe è rimasta silenziosa, “dormiente” per gran parte del primo tratto, che passava per le Termopili ed il monte Olimpo. A metà strada, con il sole che ha iniziato a scomparire, iniziavano, invece, ad illuminarsi i primi edifici e paesini…tra cui il Parnaso, una montagna piena di luci. Verso la fine del tragitto, quando era ormai sera, i ragazzi nel pullman si sono ravvivati e hanno iniziato a cantare canzoni popolari insieme ai docenti e alla nostra guida.

Finalmente, dopo 6 ore di viaggio, siamo arrivati a Delfi. I ragazzi, scesi dal pullman, si sono precipitati verso le proprie stanze per poi dirigersi nel ristorante dell’hotel. La serata è trascorso dentro l’hotel, con tutti gli studenti distribuiti in diversi gruppi: ci sono stati amici che hanno bevuto qualcosa insieme, alcuni hanno passato la serata a giocare a carte, altri sono andati a ballare…e ci sono stati anche ragazzi che hanno passato la serata intorno ad un falò a godersi il cielo stellato. Questa serata è stata proprio indimenticabile.

Maria Sofia e Giulia, Milano

Ripensando alla giornata di oggi rimangono impressi nella nostra memoria questi capolavori architettonici resisti al corso della storia che mostrano il fascino di una civiltà ormai tramontata ma tuttora magnifica da esplorare.
Vedere rovine risalenti all’antichità, legate alla vita quotidiana di persone come noi ma appartenenti ad una dimensione temporale lontana, riesce a suscitare in noi stupore e meraviglia. È interessante vedere come la vita si svolgeva in epoche temporali diverse, soprattutto se nello stesso luogo dove ci troviamo ad osservarne le rovine sono rappresentati momenti storici diversi.
In giornate come queste, tuttavia, non possono mancare momenti di gioia in compagnia delle persone care, gli amici, che riescono sempre a strappare un sorriso in qualunque occasione, rendendo l’esperienza della gita scolastica migliore.

3 novembre. Laura, Palermo

Delfi. Una volta era una delle autorità religiose più importanti del mondo; prima chiamata Carpi, venne poi riconosciuta come Delphoi. All’interno della città vi era una via Sacra, percorrendola si andava fino all’altare del tempio. Dall’altare, tramite il sacrificio di un animale si poteva avere accesso poi al tempio: se veniva accettato dal dio, si poteva avere accesso alla cella del dio, passando per l’oracolo: la persona interessata ad entrare nel tempio, vi accederà credendo pienamente a quello che accadrà là dentro e si dirigerà verso l’oracolo.

L’accesso all’oracolo era particolarmente difficile e delle volte vi si poteva accedere pagando, ed era plausibile. Per capire se la domanda era stata accettata si sentiva la terrificante voce della Pizia, che rappresentava il punto più alto dell’autorità: la Pizia era un tramite della voce degli dei.

Delfi era uno dei santuari dedicati ad Apollo. Nel fregio frontale del tempio sono presenti sei figure femminili (è molto frequente trovare Apollo accompagnato dalla madre o dalla sorella) provenienti dalla famiglia di Apollo, simboli parlanti quali il serpente e anche altri simboli bellici. Nei fregi laterali è rappresentata una gigantomachia, ossia una battaglia tra dei e giganti; questa guerra rappresentata si conclude con la vittoria degli dei, non però con la morte dei giganti. Vi è un nesso logico tra il fregio anteriore e quello posteriore.

Risalendo dal tempio, vi era un teatro dedicato alle gare musicali e più sopra uno stadio, dedicato ai giochi sportivi in onore del dio Apollo. L’uomo moderno, passando per le rovine di Delfi, non riconosce l’importanza religiosa di quei riti, che per gli uomini del tempio erano realmente rilevanti per la loro stessa sopravvivenza, il rapporto religione salute è un dato di fatto. La provvidenza divina rappresentava, perciò, l’unica legge capace di decidere il destino dell’uomo.

Visita al villaggio di Mati. Marco, Palermo

Il nostro viaggio prosegue, prima di tornare ad Atene per l’ultima notte, verso il villaggi Mati, situato nella periferia ateniese. Questa non è una tappa “storica”, né era prevista originariamente nel programma: è stata aggiunta come segno di solidarietà tra i popoli.

Nelle settimane che hanno preceduto il viaggio in Grecia, noi studenti di tutte le scuole che partecipano al viaggio ci siamo dati da fare per raccogliere un’offerta per il villaggio di Mati, messo in ginocchio dal terribile incendio dello scorso luglio. Lungo la strada, rifletto su quello che stiamo facendo, e sul senso dell’esperienza. Essere studenti ignaziani non può fermarsi soltanto a frequentare uno dei collegi, ma ci chiede anche un modo particolare di vivere e di sentire le cose, un’abitudine a entrare in empatia con le persone che abbiamo accanto, uno stile che non ci consente di restare indifferenti di fronte a chi soffre. Non siamo così ingenui da pensare che la sola nostra offerta possa risolvere le cose, ma certamente può essere un aiuto da non sottovalutare, un modo per fare sentire meno solo chi ha bisogno. E una considerazione del genere non deve certo esimerci dall’agire. Ciascuno di noi è chiamato a fare la sua parte, come può e come sente giusto, e soltanto attraverso la collaborazione di tutti è possibile raggiungere il risultato sperato.

Appena arrivato, l’impatto è subito un trauma: il luogo trasmette morte, angoscia e desolazione. Due testimoni ci spiegano che l’incendio ha avuto dinamiche tragiche: 100 morti che non hanno avuto scampo al fuoco che si è spinto fino alla sponda del mare. Uno di loro, che ha vissuto l’esperienza in prima persona, è visibilmente emozionato. Notiamo i segni delle esplosioni delle macchine in fiamme che hanno squarciato la strada, i resti carbonizzati degli edifici e i cani che si aggirano tra le ceneri, come accade nei cimiteri.

Accanto al male con la M maiuscola, a Mati riusciamo a trovare il bene con la B maiuscola: uno dei testimoni ci racconta delle iniziative di ricostruzione e di supporto già in atto, trasmettendoci anche il clima di profonda solidarietà che si è creato. Chi è scampato all’incendio ha ricevuto numerose donazioni da tutto il mondo: noi non siamo i primi ma, come dicevo prima, è importante il contributo di tutti. Come ulteriore gesto di vicinanza ed empatia, celebriamo una Messa per le vittime, lasciando ai due testimoni due croci del Kairos e un’opera d’arte che rappresenta due mani unite in segno di accoglienza, realizzata da un artigiano palermitano, come ricordo della nostra visita. Le due mani saranno installate nel punto in cui si incontrano i due comuni nella cui giurisdizione si trova il villaggio.

Alla partenza da Mati, le domande che porto nel cuore sono legate ai concetti di responsabilità e di speranza: qual è la misura in cui l’uomo deve ritenersi responsabile di un avvenimento così terribile? In cosa può sperare? Cosa è chiamato a fare? Una certezza ne esce rafforzata: non possiamo essere indifferenti alla sofferenza, e siamo chiamati ad agire.

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